8 gennaio 2007

Un angolo di vita

Datosi che qualcuno ha espresso le sue lamentele sul fatto che non scriva niente della mia “normalità” giornaliera, ho deciso di accontentare anche questa piccola parte di lettori.
Non esprimo il mio pensiero riguardo ciò visto che potrebbe nascerne una discussione meta-socio-psico-filosofica (soprattutto… meta…) con annessi amministrativi, logistici, paranoici e micro-economici.
Chi ha orecchie…

Breve estratto della giornata odierna, 8 gennaio 2007.
Lasso di tempo compreso tra le 17.30 e le 18.40.

Esco di casa per soddisfare il mio fabbisogno tabagistico. Mi accorgo ben presto che l’atmosfera tetra delle stradine nascoste al traffico cittadino mi spingono incosciente al mio bar preferito.
Entro nel locale. L’aria intorno è più nebbia che altro (…), naturale conseguenza di fumatori incalliti ed abusivi. Amo profondamente questo posto in quanto non appena ci metto piede non devo nemmeno dire “il solito”, visto che il barista si precipita dietro il bancone per prepararmi un caffé.
Questo locale ad occhio sarà grande otto metri per tre, il bancone, in plastica dura e legno grezzo, copre più della metà del lato maggiore seguendone l’andatura fin troppo lineare. Di fronte trovano posto alcuni sparuti tavolini con dei buffi vasi di fiori secchi troppo malcurati per poter sembrare belli. La carta da parati e i colori di tutto il locale, tra il verdognolo un po’ acquoso e il marroncino chiaro non trasmettono certo un’aria “familiare”. Ma il tutto è compensato dal sorriso che ogni volta mi accoglie al mio arrivo.
Quest’oggi il bar era particolarmente gettonato: ci saranno state almeno sei persone, me compreso.
La fauna era l’esatto contrario dall’essere variopinta: gli avventori saranno stati sui sessanta anni circa, niente di anormale. Oggi erano particolarmente in vena di voli pindarici: ascoltavo i loro discorsi mentre aspettavo il mio caffé e li vedevo scolare un bianchino dopo l’altro.
Erano tutti torinesi, ma il loro dialetto lo capisco bene, a differenza di altri strani linguaggi che popolano questa città.
Uomo grasso ubriaco, seduto: “Si, ma tu cosa hai fatto poi?”
Uomo magro ubriaco, in piedi: “Eh, io ho fatto la guerra!”
Uomo molto ubriaco, seduto: “Chi? Tu? La guerra?” – risata grassa –
Uomo magro ubriaco, nel tentativo di camminare per dare più autorità alle sue parole: “Certo, io ero al fronte sul monte XXX” (ndr. scusate, non mi ricordo)
Uomo grasso ubriaco, ovviamente seduto: “Ma se non c’era nemmeno la guerra lì?!”
Uomo magro ubriaco, barcollando: “La guerra era dappertutto!”
Il mio barista: “Cosa stai dicendo? Quelle erano recite!”
Uomo magro ubriaco, appoggiandosi al muro: “Ma era come in guerra, la stessa cosa! Io guidavo il carro!!”
Uomo molto ubriaco, quasi sdraiato ormai: “Si, il carro dei cujù!” (Analisi glottolo-filologica: termine di derivazione nord-torinese, con palesi influssi della zona pre-alpina confinante Avigliana nonché ovvie inflessioni fricative-labiali-palatali causate dai fumi dell’alcool. Traduzione: coglioni).
Risata ubriaca generale.
Per un attimo ho temuto di essere travolto da uno tsunami di vomito giallo.
Esco, il barista mi saluta calorosamente: “Ciao ragazzo!”
Quanto voglio bene ai miei vecchietti ubriachi!
M’incammino per il supermercato dopo aver provveduto al tabacco.
Entro in questa bolgia che dire infernale è farle un complimento.
Dimentico totalmente ciò che dovevo comprare.
Velocemente mi avvicino ai fazzoletti (è pur sempre inverno, penso).
Un po’ di caffè.
Certo, lo zucchero per il caffè!
Vino! Si, un bicchiere tranquillo stasera è proprio quello che ci vuole!
Una bottiglia, facciamo i bravi, e facciamo finta di non vedere la birra.
Pago.
Esco.
Mentre cammino mi accorgo di aver appena speso 15 euro e di non aver preso niente per riempire lo stomaco. Ma non posso farci molto in effetti, è troppo tardi.
Arrivo a casa. Finalmente sono salvo.
Appoggio la borsa dell’infernale spesa sul divano.
Lo faccio con troppa leggerezza probabilmente.
La borsa inesorabilmente si accascia come a volersi sdraiare, la parte superiore si apre e sotto i miei occhi incapaci di avere una reazione neurotica decente, la bottiglia di vino lentamente scivola verso il pavimento ed esso la chiama a sé con un abbraccio mortale. A niente servono i miei tentativi ormai tardivi. La vedo cadere come se il tutto fosse rallentato. Vedo la vita della bottiglia passarmi davanti in pochi nanosecondi senza poter nemmeno dispiacermi per la sua vita così breve.
La bottiglia infine cade e si frantuma rilasciando per niente lentamente tutto il suo contenuto sulle bianche piastrelle.

Non censuro, se lo facessi occuperei tutto questo blog, quello precedente, i due successivi e il riverbero potrebbe raggiungere persino il server principale.
Non censuro davvero, ma credo che a ben poche divinità non siano fischiate le orecchie.
Rimango immobile per quasi un minuto mentre osservo quel prezioso liquido rosso spargersi per tutta la cucina.
Primo pensiero: “E io che bevo stasera?”
Secondo pensiero: “E io che bevo stasera?”
Terzo pensiero: “No, davvero, cosa bevo stasera?”
Quarto ed ultimo pensiero: “Esco e alla prima enoteca che incontro mi prendo una bottiglia da venti euro.”
Faccio per uscire quando mi rendo in effetti conto che non posso lasciare la cucina in questo stato.
La beffa…
Pulisco cercando di eliminare tutto l’appiccicaticcio (o almeno la parte più consistente).
Mentre ramazzo nella mia mente si materializza una vivida immagine: una bottiglia di vino in camera mia!
Una bottiglia del mio ex coinquilino!
Una bottiglia di Barolo del mio ex coinquilino!
Una bottiglia di Barolo del 1958 del mio ex coinquilino!!!
Una bottiglia di Barolo del 1958 serie F del mio ex coinquilino!!!
Una bottiglia di Barolo del 1958 serie F numero 916355 del mio ex coinquilino!!!
Una bottiglia di Barolo del 1958 serie F numero 916355 del mio ex coinquilino che l’avrà sbatacchiata non so quante volte!!!
Una bottiglia di Barolo del 1958 serie F numero 916355 del mio ex coinquilino che l’avrà sbatacchiata non so quante volte e che non ho idea di dove l’abbia rubata!!!!!
Una bottiglia di Barolo del 1958 serie F numero 916355 del mio ex coinquilino che l’avrà sbatacchiata non so quante volte e che non ho idea di dove l’abbia rubata ma so che se gliela aprissi con molta probabilità lui aprirà me!!!!!
A questo punto sorge una nuova domanda: perché non se l’è ancora portata via?
Forse è meglio non farsi domande le cui risposte potrebbero danneggiare la nostra psiche…
Abbandono il progetto Barolo del 1958 serie F numero 916355 del mio ex coinquilino che l’avrà sbatacchiata non so quante volte e che non ho idea di dove l’abbia rubata ma so che se gliela aprissi con molta probabilità lui aprirà me.
Finisco il ramazzo.
Nella casa ora aleggia un aroma di alcool che potrebbe ispirare qualsiasi decadentista accidentalmente ancora vivo.
Finita la pulizia (l’abbozzo più che altro) cerco la giacca per attuare la mia missione divina (uhm… forse anche no) e nello stesso istante arriva il mio “ospite” che riesce inconsciamente a farmi rinsavire: si torna al supermercato.
Detto fatto.
Ma questa volta torno a casa con due bottiglie di vino e due litri di birra.
La prudenza non è mai troppa…


Epilogo: ma che diavolo è il REFOSCO DAL PENDUCOLO ROSSO???
Più che altro: cos’è il PENDUCOLO???
Sto bevendo qualcosa di ignoto?
Guardiamo in faccia alla realtà: troppe volte me lo sarei dovuto chiedere, altrettante volte avrei irrimediabilmente rovinato la mia psiche.
Meglio vivere nell’ignoranza…

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